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sabato, 15 dicembre 2018

Design e sostenibilità nell’era dei materiali

Progettare il ciclo di vita dei prodotti. Intervento tematico di Paolo Bartoli

Viviamo nella «età della plastica» - sviluppatasi a partire dagli anni ’50 - caratterizzata da un consumo spropositato di questo materiale di sintesi, di cui ogni anno finiscono in mare tra i 5 e i 13 milioni di tonnellate. Progettata per essere indistruttibile e non-biodegradabile, la troviamo sulle spiagge, sulla superficie e sul fondo del mare, a tutte le latitudini (1). Alla fine, dopo essere stata ingerita dai pesci, finisce sulla nostra tavola.

Come sarà la vita nell’era post-plastica e post-materica? E’ questa la domanda che dovremmo porci, per immaginare un’alternativa sostenibile del pianeta Terra… Buona parte delle risorse naturali necessarie alla produzione industriale sono al limite del collasso, perchè sfruttate oltre la loro innata capacità di rinnovarsi, sono risorse finite. La situazione è insostenibile, è necessario un cambio di paradigma.

A ben vedere, non esistono prodotti definibili come “ecologici” o “sostenibili”: tutti consumano materia, energia e producono scarti. Non ci sono metriche o certificazioni che li qualifichino come tali: il meglio che possiamo fare è realizzare prodotti che abbiano un impatto ambientale minore di quelli attuali.

Le 4R (ridurre, ri-utilizzare, ri-ciclare e recuperare) sono i principi alla base di progettazione e sviluppo sostenibile: la strada da seguire per ridurre l’impatto ambientale è innanzitutto ridurre i consumi. Seguono, in ordine prioritario: ri-utilizzare, riciclare ed infine - in assenza di alternative - recuperare materia ed energia a fine vita. La discarica è l’ultimo luogo da prendere in considerazione…

Il design per la sostenibilità permette di sviluppare nuove idee ed opportunità d’innovazione, ma non garantisce prestazioni ambientali migliori, se non sono verificate tramite una valutazione del ciclo di vita (Life Cycle Assessment).

E’ opportuno quindi adottare l’ottica del Life Cycle Design per progettare in maniera ottimale le prestazioni dei prodotti durante tutto il ciclo di vita, perchè l’ottanta percento dell’impatto ambientale esercitato da prodotti, servizi e infrastrutture viene determinato in fase progettuale. Le decisioni prese in questa fase danno infatti luogo a processi che determinano la qualità dei prodotti, la scelta dei materiali e l’energia necessaria per la produzione, le modalità del loro utilizzo e la destinazione a fine vita (2).

A partire dal Rapporto sui limiti dello sviluppo (3) del 1972, la nostra coscienza ambientale ci ha portati a preoccuparci inizialmente dei danni causati dai processi inquinanti e solo in seguito a sviluppare azioni preventive, con l’obiettivo di ridurre le cause d’inquinamento alla sorgente. L’attenzione si è quindi progressivamente spostata dagli effetti finali, passando attraverso i processi generatori, per giungere a considerare prodotti e servizi che non richiedano processi inquinanti ed infine elaborare comportamenti di consumo virtuosi. Dalle singole parti del ciclo di vita del prodotto abbiamo spostato la nostra ricerca verso una prospettiva olistica ed una dimensione socio-culturale, ambiti nei quale il designer può svolgere un ruolo di cerniera tra mondo produttivo e consumatori, allargando la prospettiva a stili di vita più sostenibili.

Penso che concentrarsi sulla durabilità dei prodotti sia un’ottima strategia di design per contrastare l’obsolescenza funzionale, economica e psicologica.

L’obsolescenza psicologica o culturale è un tema molto attuale, che può essere contrastata sviluppando con maggiore enfasi gli aspetti semiotici e significativi del prodotto, per far crescere nel consumatore affettività emotiva ed interesse prolungato nei confronti dello stesso, al di là del tempo e delle mode (4). Il prodotto sempre più spesso è inquadrato in un contesto di “sistema prodotto-servizio”. La maggiore sfida che oggi il designer si trova ad affrontare è proprio sviluppare nuovi significati ed esperienze (immateriali), piuttosto che limitarsi a progettare nuovi prodotti fisici. I consumatori si sono rivelati interessati ad un nuovo modello di “consumismo collaborativo” - nel quale usufruiscono dei prodotti come servizio, piuttosto che possederli - che prevede maggiore interazione tra consumatore, distributore e produttore (ad esempio: pagamento a prestazione, noleggio o leasing, restituzione e riutilizzo): la transizione verso questi “sistemi prodotto-servizio” rappresenta un’ottima opportunità di eco-efficienza (5).

Nell’attuale modello di sviluppo economico lineare “produco, utilizzo e butto”, circa l’80% dei materiali finisce in inceneritore, in discarica o nelle acque reflue: ne recuperiamo solo il 20%. Anche senza prendere in considerazione approcci radicali - quali l’adozione di materiali a base biologica o la completa ri-progettazione della catena di approvvigionamento - è possibile ottimizzare il modello per recuperare fino al 50% dei materiali utilizzati nei cicli produttivi.

Nel modello economico lineare, per generare crescita, i prodotti hanno una vita utile sempre più breve, invecchiando sempre più velocemente. Questo non è più sostenibile. L’illusione di risorse infinte ed a buon prezzo è tramontata: il modello economico deve essere definitivamente sostituito da uno nuovo, circolare, nel quale lo scarto diventa nuova risorsa per un successivo ciclo produttivo (6). In questo nuovo paradigma parliamo quindi di materiali circolari, ovvero nuove materie prime ricavate per downcycling o upcycling con impatto ridotto sulle risorse naturali, possibilmente con un ciclo produttivo chiuso, dove si tende a ridurre a zero gli scarti: è una necessità ambientale ma anche un imperativo economico.

Le cinque strategie che compongono questo nuovo modello di sviluppo (sviluppo di una filiera circolare, recupero e riciclo, estensione della vita utile del prodotto e durabilità, sviluppo di piattaforme di condivisione, passaggio da prodotti a servizi) sono in perfetta sincronia con l’approccio del Life Cycle Design.

Paolo Bartoli - Architetto e Designer - Tecnico Bioedile ANAB-IBN n. 392

Riferimenti bibliografici:

(1) S. Greco, R. Bullo “Un’onda di plastica”, 2018

(2) J. Thackara “In the Bubble: Designing in a Complex World”, 2005

(3) D.H. Meadows, D. L. Meadows, J. Randers, W. W. Behrens III “The Limits to Growth”, 1972

(4) J. Chapman “Emotionally Durable Design”, 2005

(5) C. Vezzoli, C. Kohtala, A. Srinivasan “Product-Service System Design for Sustainability ”, 2014

(6) A. Pellizzari, E. Genovesi “Neomateriali nell’economica circolare”, 2017

NOTA: Gli interventi tematici sono uno spazio aperto al confronto e alla discussione in cui i Soci ANAB possono proporre riflessioni, approfondimenti e proposte, con l'obiettivo di favorire il confronto dialettico all'interno dell'Associazione. Tutti i Soci ANAB sono invitati ad inviare i propri contributi, indirizzando una email con oggetto "Proposta di intervento tematico" a comunicazione@anab.it, contenente un documento in formato doc/odt della lunghezza massima di due cartelle, con allegate eventuali immagini in formato jpg. Gli articoli pubblicati non esprimono necessariamente il punto di vista di ANAB, ma quello dell'autore, nell'ambito del dibattito culturale interno all'Associazione. I testi pubblicati rimangono di proprietà dell'autore, che concede gratuitamente ad ANAB il diritto di pubblicazione illimitato su qualunque media. L'autore inoltre si assume la piena responsabilità del testo pubblicato. ANAB, a proprio giudizio insindacabile, e senza alcun obbligo, potrà decidere di pubblicare solo gli articoli ritenuti più significativi.

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